Sarà, cazzo, che sto diventando vecchio.
O sentimentale. Forse.
Ma il fatto è che c’è qualcosa di vero in questo film, qualcosa di sottile e profondo, che ti scava dentro come la lama di un bisturi al laser. E da quella ferita esce qualcosa di simile al sangue pulsante della vita. Che è poca roba, se uno la guarda così, dall’alto dei suoi giudizi. Ma è sempre molto, se ci sei dentro e se è l’unica cosa che hai.
La vita.
La sensazione che ho provato guardando questo film, dalla storia molto esile, è la stessa che ho sentito con Lost in Translation: la sensazione calda e piacevole che c’è sempre una possibilità e che, a qualsiasi punto della propria esistenza uno si trovi – e soprattutto se crede di essere in un vicolo cieco – c’è qualche cosa che accade. Una piccola scintilla gli dice che può ancora fare delle scelte. Spegnere una Ferrari nera nel mezzo del deserto, per esempio, e proseguire a piedi. Un pensiero così è molto americano, ma anche molto human being.
Et voilà, versata la melassa che c’è nel mio cuore, posso dire ancora che Sofia Coppola mantiene altissimo il livello stilistico ed estetico, e dissimula con leggerezza una semplicità che è frutto di profonda conoscenza della macchina del cinema. Cosa che la porta a creare alcune scene che incantano: l’incipit con l’auto che gira a vuoto in una pista, la ripetuta doccia del favoloso protagonista col braccio ingessato, la prova di Cleo nel pattinaggio sul ghiaccio, con una Elle Fanning che lascia a bocca aperta per la naturalezza con cui gioca nel ruolo che le hanno dato. Già citata in questo blog, anche la doppia sequenza della lap dance.
Io che adoro Rambo, non riesco a non apprezzare Somewhere e a non trovarci lo stesso gusto di una scena di guerra, avventura, sparatorie e morti. E, magia delle magie, non riesco a non identificarmi in un personaggio con il quale non condivido nulla, ma che risulta più vero del vero mentre gioca con la figlia a Guitar Hero sulla Wii.








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