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Tornando sul tema Cinema e design, che ho affrontato negli ultmi post, volevo segnalarvi il poster realizzato da un amico graphic designer, Matteo, e ispirato a 1984.

Vi ricordate la Neolingua? Una lingua estremamente semplificata (riducendo i sinonimi, i significati multipli, le sfumatire linguistiche) che, come spiega Orwell nell’appendice del suo libro, doveva limitare al minimo le possibilità di pensiero e quindi di opposizione al regime. Il poster si ispira a questo tema: le lettere contenute nelle parole “nineteen eighty-four” vengono sminuzzate, sezionate, mescolate, sovrapposte… e questo è il risultato.

Se volete sapere di più del lavoro di Matteo, scoprire quali altri manifesti ha in cantiere e contattarlo per averne uno, andate a visitare il suo sito

Rimanendo sul tema della fantapolitica e di regime dittatoriale postatomico, qualche sera fa ho intercettato la parte finale del film Equilibrium, del regista Kurt Wimmer. E’ un film piuttosto recente (2002) che pone al centro il tema della “dittaura delle emozioni”, che vanno controllate o meglio totalmente negate per il benessere dell’umanità. Devo dire che mi è bastata la parte finale, per capire che il film non era di immensa originalità, ma che al contrario pesca a piene mani da 1984 e Farenheit 451 per i temi e da Matrix per le scelte artistiche ed estiche, con tanto di balletti volanti alla Neo.

Del resto Gerorge Orwell è stato incredibilmente lungimirante, intuitivo e assoluatmente geniale nella manipolazione storico-politica, che ha fatto del suo romanzo uno degli indiscussi capolavori della letteratura, nonchè uno dei miei libri preferiti. E devo dire, che anche il film Orwell 1984 (uscito non casualmente nel 1984) l’ho trovato una degna trasposizione del romanzo sia dal punto di vista dei contenuti che della rappresentazione visiva del romanzo.

Quello della rappresentazione visiva è proprio un tema a cui mi è capitato di pensare spesso nell’ultima settimana a causa di un lavoro di illustrazione che sto seguendo. La rappresentazione visiva di un concetto ci aiuta ad esprimerlo, a spiegarlo agli altri a renderlo più comprensibile e questo è proprio quel che fa del cinema un linguaggio così universale e alla portata di tutti. E’ strano e nel contempo affascinante però come a volte accada che da uno stesso concetto possano scaturire rappresentazioni visive completamente differenti a seconda di chi le genera o viceversa come una rappresentazione visiva possa stimolare in menti diverse concetti estermamente lontani. E voi con che immagine avreste sintetizzato 1984?

Rimaniamo in tema di avatar, o meglio di surrogati, con un altro film di fantascienza uscito di recente,  Il mondo dei replicanti (titolo originale Surrogates). Dal titolo potrebbe sembrare una baggianata; poi la presenza di Bruce Willis non fa proprio pensare ad un film di alto contenuto, però l’apparenza inganna e considererei la pellicola del regista Jonathan Mostow un onesto film di fantascienza vecchio stile, che mette in secondo piano gli effetti speciali e tutto sommato anche le scene d’azione, per concentrarsi invece sulla sceneggiatura una volta tanto…
In un prossimo futuro i media e le grandi corporations professano il culto della paura nei confronti della criminalità (ci ricorda qualcosa?) e dell’inadeguatezza estetica. Gli uomini preferiscono quindi starsene a casa senza correre rischi, servendosi di cloni sintetici per svolgere al loro posto tutte le normali attività che richiedono interazione sociale: lavorare, divertirsi (sì anche il sesso) e andare a combattere se scoppia una guerra. Un mondo dove la sicurezza è al primo posto, dove si incontrano solo persone giovani e avvenenti (salvo poi scoprire che dietro una bella bionda avvenente che si abborda in discoteca può celarsi anche un grassone sudato in canottiera in cerca di trasgressione..). Ma vale la pena rinunciare a vivere emozioni, sensazioni, la propria vita insomma in prima persona per risparmiarsi paura, dolore e la frustrazione dell’invecchiamento?
Beh certo non è che stiamo parlando di grandi temi filosofici, però qualche spunto carino il film ce l’ha! Per esempio, di avatar virtuali, secondlife e social networks ormai se ne straparla da tempo, però il passaggio interessante è quello dalla tecnologia alla vita reale: cioè come la tecnologia amplifica la nostra vita nel reale e non più nel virtuale. Certo direte che dei Robot Asimov scrisse nel dopoguerra! E Blade Runner allora? Del resto non è che di Asimove e Blade Runner ce ne siano stati molti… però qui il surrogato non è un semplice robot, vive al nostro posto nel bene e nel male si prende tutto!
Per altri aspetti il film sembra un fumettone (del resto è tratto dalla graphic novel omonima), ma che anche esteticamente secondo me arricchiscono il film: fenomenale Willis in versione surrogato! Praticamente Ken della Barbie! Bella anche la scena della devitalizzazione in blocco di tutti i surrogati!
Insomma non stiamo parlando di un film d’autore, né di una nuova pietra miliare della fantascienza e di certo essendo uscito ai tempi di Avatar non se lo ricorderà mai nessuno, ma forse non dispiacerà a chi piace la fantascienza un po’ alla Gattaca per capirci.

Non è la soffice torta natalizia della Melegatti in versione femminile. Non confondetevi.
Pandora è la terra dei Na’vi, i Watussi Blu di Avatar, il più grande film di tutti i tempi (dicono). Pandora è la vera protagonista (o il vero protagonista, in fondo è un pianeta, o una luna… boh) della pellicola. Una parte di noi, rimpiangendo Balla coi Lupi, avrebbe gradito indugiare più a lungo sulla location. Però il regista ha dato ragione al botteghino e si è concentrato sul plot, la cui banalità è già stata ampiamente commentata. Scriviamo dunque una lettera aperta a James Cameron per esprimere tutte le nostre perplessità e dare alcuni consigli per i previsti sequel.
“Caro James,
grazie per questo film, è davvero una bomba. Tuttavia, tolto il 3D, tolti i super effetti speciali, tolte le esplosioni, della storia di Avatar restano solo gli occhioni gialli dei cartelloni. Non ti chiedo molto, James, però la prossima volta che hai 400 milioni di dollari da spendere per un film, usane almeno 1, uno stramaledetto milione di dollari, per pagare una squadra di scrittori che tirino fuori una cacchio di nuova idea per la sceneggiatura! L’uomo che entra nel lettino e assume una nuova identità ce lo cucchiamo almeno dai tempi di Total Recall (correva il lontano 1990). Poi c’è n’è stati una serie (Johnny Mnemonic e Matrix, giusto per ricordare i più famosi), e l’idea si è spostata sul web (Second Life, Habbo…). Ormai abbiamo presente, capisci James, come funziona. Non serviva farci un altro film. E lo scontro tra i buoni nativi e i cattivi invasori? Salvateci! I critici hanno citato una serie innumerevole di precedenti cinematografici, tra cui il più frequente – e non credo sia un complimento – è Pocahontas.
Vedi, James, anche il periodo dell’addestramento – minchia James, almeno quello – potevi approfondirlo un po’. Hai visto Kill Bill? No, forse no. Kung Fu Panda? Almeno lì c’era una storia, c’erano delle motivazioni. Anche il Panda ha delle motivazioni, James. Dai. I due spilungoni blu saranno pure in 3D, ma sono personaggi piatti come il tetto di una casa messicana. Il soldatino stupido che si innamora della bella selvaggia? Jimmy! Forza! Si poteva fare di più! Per non parlare di Sigourney Weaver in versione Licia Colò, che fa la scuola ai bambinetti ignudi della tribù, neanche fosse Alex Zanotelli.
Ma io questa sagra dell’ovvio te l’avrei perdonata in blocco, James, davvero. Pur di vedere Pandora in tutto il suo splendore botanico, pur di vedere le montagne hallelujah, pur di vedere le straordinarie bestie che ti sei inventato. Ti perdonavo anche gli esoscheletri da cartone animato anni ‘70.
Però il generale duro, puro e cattivo, quello no. Quello non l’ho mandato giù. La brutta copia di un incrocio tra Clint Eastwood e il sergente Hartmann di Full Metal Jacket, no! Senza un briciolo di pietà, senza un lampo di ripensamento. Si pettina le cicatrici come simbolo di virilità, spara all’impazzata per tre minuti nell’atmosfera aliena e non ha bisogno del respiratore. Distrugge il gigantesco Albero Casa, compresi donne e bambini, e chiede ai soldati di fare alla svelta perchè lo aspettano per cena. Ma soprattutto, unico sopravvissuto alla catastrofe del suo esercito, arriva al solito scontro finale fra buono e cattivo (rigorosamente a cazzotti) saltando da un’astronave che esplode. Neanche Swarzy su Terminator!
Allora, James, ok che Zoe Saldana è gnocca anche con la mascherina digitale da puffo gigante, però non va bene così. So che hai in mente di fare un sequel e voglio darti un consiglio. Ascoltami, vieni giù dall’albero, smettila di mangiare le albicocche, e ascoltami.
Non vorrei che Avatar 2 andasse peggiorando. Non vorrei che facessi resuscitare Segourney Weaver un’altra volta. Eviterei anche l’atterraggio di un’astronave Alien, e inseguimenti all’ultimo sangue tra Predator e Leo DiCaprio. Barbalbero del Signore degli Anelli, James, almeno lui lascialo a casa.
A me piacerebbe sapere qualcosina di più di Pandora. Quanto è grande? E sul pianeta di cui è satellite, c’è altra vita? Com’è quella storia delle connessioni fra le piante? Il link tra Na’vi e animali come avviene? Ci sono altri uccelloni volanti? E poi, fammi vedere con calma le ranocchie elicottero, i cani lucidi, le pantere giganti, i rinoceronti martello, gli insetti luminosi, le piante anemone. Ecco, James, questo vorrei vedere in Avatar 2. Pandora. Ascoltami, ti prego, perchè ho la soluzione.
Tu vieni in Italia, caro il mio re del mondo, lasci perdere Ribisi e prendi come protagonista il nostro mitico figlio d’arte Alberto Angela. È lui il tuo asso nella manica. Congelalo per 6 anni, portatelo su Pandora e quando tornate, chissà che non vi sia venuta qualche buona idea”.

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Un'immagine di Avatar

Se qualcuno non se ne fosse accorto ;-) ieri è uscito Avatar anche in Italia, come sapete con un certo ritardo rispetto al resto del pianeta, perchè non si sa mai che l’italiano medio non andasse a vedere un po’ di sano cinema panettone, che d’altra parte nel nostro paese è diventato ormai d’essai. Ma chiudiamo subito le polemiche, perchè su Avatar ci sarebbe da scrivere un poema, più che un post e non so davvero da dove cominciare. Lasciando perdere quanti milioni è costato a Holliwood, quanti ne ha incassati, quanti anni di realizzazione, quali fantasmagoriche tecnologie su cui abbiamo potuto leggere articoli su articoli in attesa del grande evento…. andiamo finalmente al film.
Va detto innanzitutto che anche se non vi piacciono i colossal, anche se vi fa schifo la fantascienza e non sopportate quel megalomane di Cameron, il film va assolutamente visto anche solo per l‘esperienza che vivrete: un’immersione totale nella lussureggiante natura di Pandora, corse e voli di animali fantastici, alberi, fiori, montagne, colori, luci, paesaggi notturni… una meraviglia per tutti i sensi! Pandora mi ha ricordato molto Laputa, il leggendario castello volante di Miyazaki (regista ambientalista per eccellenza che merita che al più presto gli venga dedicato un post).
Avatar è ricco di riferimenti di ogni sorta: cinematografici, letterari, storici, spirituali. Una delle cose che ho apprezzato di più è quanto un film così tecnologico possa essere umano, commovente, spirituale. La tecnologia al servizio delle emozioni: onore a Cameron per questo! La simbiosi tra uomo e natura è il tema centrale del film, una simbiosi che è spirituale. La vita viene dalla natura e alla natura ritorna: l’energia ci viene prestata, ma un giorno dovremo restituirla, spiega la bella principessa blu Neytiri all’Avatar del marine Jake Sully. Tra l’altro dal sanscrito Avatar significa “Disceso” e per la religione induista è l’assunzione di un corpo fisico da parte di Dio e se vi guardate le immagini di Krishna nell’avatar è blu. Bah non so se sia questo il motivo per cui il popolo Na’vi indigeno di Pandora è blu… forse c’è una spiegazione molto più semplice ;-)
A proposito di Marines invece il buon vecchio Cameron c’è andato giù pesante, che per lo stereotipo che abbiamo noi europei forse non è neppure così eclatante, ma in America che i marines vengano dipinti come zotici, ignoranti, guerrafondai, di una stupidità quasi nauseante non è proprio scontato :-)
La parte di più bella e poetica del film è quella centrale dell’iniziazione di Jake, che come un bambino impara a vivere in connessione con la natura. Bella l’idea di esplicitare questo concetto anche attraverso una connessione fisica dai capelli umani alle piante e agli animali.
Non mi ha convinto invece lo scontro finale tra terrestri distruttori e nativi difensori della natura. Certo fai il film più costoso della storia del cinema e non ci metti una bella battaglia totale con missili, bombe, mitragliatori contro frecce e draghi volanti? E’ pur sempre un Blockbuster!

Esteticamente perfetto, Parnassus ti riempie gli occhi di immagini al punto che sembra sempre di perdersi qualche dettaglio. La dimensione onirica è straordinaria; l’accozzaglia stessa di situazioni, di trasformazioni, ripercorrono le caratteristiche del sogno e forse è per questo che la trama perde di forza. Come quando ci svegliamo da un sogno, abbiamo gli occhi pieni di immagini, sensazioni, suggestioni e ripensando ai fatti diventano indistinti, evanescenti. Così mi è sembrato Parnassus: il messaggio del film non mi è chiarissimo e sembra quasi incompiuto, forse anche a causa dell’improvvisa morte durante le riprese dell’attore Heat Ledger, sostituito nella seconda parte del film da Johnny Deep, Jud Law e Colin Farrell, un unico personaggio, che oltre lo specchio magico, cambia volto.

Un maligno e beffardo Tom Waits, sempre con la sigaretta in bocca, nella parte del Faust che baratta anime in cambio dell’immortalità, è forse il miglior attore del film. Gli altri personaggi rimangono poco sfaccettati o forse solo indefiniti. Bella la trovata delle scale che rincorrono i desideri verso il cielo, ma nel complesso sono rimasta un po’ delusa, Terry Gilliam poteva fare di meglio…

Da vedere al cinema per immergersi nella fantasmagoria, ideale anche per le giornate natalizie

Un assaggio…

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