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Bright Star

Cambio completamente genere passando al cinema “commerciale”… e vi racconto che, sempre a Parigi, siamo riusciti a ripescare Bright Star, l’ultimo film di Jane Campion, presentato a Cannes nel 2009. Per problemi di carattere distributivo, non si è mai visto nelle sale di Padova… dunque ne approfitto per parlarvene un po’!

Dopo due opere deludenti come Holy Smoke e In the cut, la Campion è tornata alla formula dei film che le hanno dato la notorietà, realizzando ancora una pellicola in costume incentrata su una figura femminile. Questa volta si tratta di Fanny Brawne (Abbie Cornish), una donna diventata famosa per il suo rapporto sentimentale con il poeta romantico inglese John Keats e per le poesie che gli ha ispirato, fra cui la Bright Star del titolo. La soggettività lirica del poeta (interpretato da Ben Whishaw) emerge attraverso i suoi componimenti, recitati di frequente nel film, e impregna il tono complessivo della pellicola, estremamente romantica e appassionata… Ma la focalizzazione psicologica in Bright Star è tutta sulla figura di Fanny. Questa scelta da un lato rimanda alla connotazione fortemente “di genere” che caratterizza tutti i film della Campion, dall’altro impedisce allo spettatore di accedere troppo “dall’interno” alla figura di Keats e ai misteri della creazione poetica.

Come sempre, il contesto sociale è descritto con grande cura. L’interesse del film sta proprio nel ritratto molto preciso dell’attrito fra il milieu borghese, cui appartiene Fanny, e la casta dei romantici, che ne rifiuta valori e stili di vita. Prima che entri in scena la malattia di Keats, nella seconda parte (più debole) del film, il grande oppositore dell’amore fra John e Fanny è infatti il mentore di John, il poeta romantico Clarence Brown (Paul Schneider). La figura delicata di Keats si trova contesa fra due volontà estremamente forti che cercano di attirarlo a sé, e i cui cognomi curiosamente suonano molto simili (Brown/Brawne): da un lato la solida Fanny, con la sua ironia tagliente e le sue buone abitudini borghesi, dall’altro Brown, dal temperamento sprezzante e irrequieto, che aborre tutto ciò di cui Fanny è l’emblema.

Come in Lezioni di piano, la protagonista, maggiormente prigioniera – in quanto donna – di certi vincoli sociali, riesce tuttavia a costruire un proprio spazio personale, attraverso l’espressione artistica da un lato e l’invenzione di un rapporto amoroso non convenzionale dall’altro.

Fanny disegna abiti: un’attività dettata equamente da un “nobile” desiderio di espressione e da una voglia, tutta femminile, di distinguersi in società indossando capi originali. Un’attività che richiede cura, precisione e manualità (doti, ancora, “femminili”); che sconfina con l’artigianato perché destinata a produrre “volgari” oggetti e non versi impalpabili. Significativamente, è proprio il disegnare abiti di Fanny l’aspetto che per primo le attira il disprezzo di Brown, cultore di un’arte dello spirito, all’epoca prettamente “maschile”, quale la poesia. Nonostante il tentativo di Brown di screditarla agli occhi di Keats, Fanny sa imporsi con forza: non è una semplice musa, ma un personaggio creativo in prima persona; è lei stessa, soprattutto, a inventare la relazione amorosa con il poeta. Se uno dei due si dovesse definire il Pigmalione dell’altro, non sono certa che si tratterebbe di Keats…

Last but non least (al contrario, first!): la fotografia è come sempre splendida, curatissima, dalla luce delle inquadrature (vermeeriane?) di Fanny che cuce alla finestra, ai giochi di colore in interni e paesaggi… Se arriva in Italia ve lo consiglio caldamente: un vero piacere per gli occhi!

Beh per una volta ci ho beccato. Ebbravo “Ilio” Germano come l’ha chiamato Tim Burton! Ma vi pensato il buon Elio che emozione: Tim in persona lo annuncia vincitore e a parimerito con chi? Xavier Bardem!! e sticazzi! E infatti la prima roba che ha chiesto Germano quando è salito sul palco è se sulla pergamena c’era scritto che il premio era ex aequo con Bardem! E fosse finita lì… prende il microfono e fa una bella sparata contro la classe dirigente italiana, protamente censurata dal TG1!

Guardate il video!

A Silvio gli saranno venuti capelli dritti poveraccio. Non bastava la Sabina Guzzanti con Draquila, ci mancava Elio Germano, che sembrava tanto un bravo ragazzo!

Polemiche a parte, ho visto il film La nostra vita venerdì sera e mi è piaciuto moltissimo. E’ la storia di un giovane operaio edile, che a seguito di una tragedia familiare, cerca di riscattare la sua esistenza attraverso il successo economico per ripagare almeno i propri figli di quanto la vita gli ha tolto. Attraverso una piccola storia, una storia comune, Daniele Lucchetti fotografa una realtà sociale più ampia. Un film molto drammatico, narrato con realismo, al punto che a tratti mi ha ricordato lo stile del cinema neorealista italiano del dopoguerra: la vita popolare, i sobborghi, non una morale, ma un sguardo freddo che denuncia un vuoto culturale ed ideologico. La società del fare e dell’apparire, una società in cui i soldi sembrano poterci ripagare di ogni cosa e che così non è sono gli ex- extracomunitari rumeni a ricordarcelo. Un film coraggioso, originale e con un’interpretazione splendida e giustamente premiata da parte di Germano. Ma vi dirò che anche il buon Raul Bova, nella parte del fratello impacciato del protagonista non è niente male, molto meglio di quando fa il belloccio plasticoso!

Juliette Binoche, migliore attrice, si presenta sul palco a ritirare il premio con un manifesto a sostegno di Jafar Panahi, giurato assente perché detenuto in Iran: «C’è un uomo in Iran che sta pagando la colpa di essere
un artista. Penso a lui in questo momento e spero che l’anno prossimo potrà essere qui con noi. La sua è una lotta difficile, ma ogni Paese ha bisogno di artisti»
. Così commenta la Binoche

Nessuna dichiarazione sulla situazione thailandese invece da parte del vincitore della Palma d’oro, Apichatpong Weerasethakul, per la fiaba animista, che pare abbia chiaramente colpito il buon vecchio Tim Burton…

Un film sul rito della deposizione – la cura del nokanshi – una tradizione giapponese, un modo prezioso per dare l’estremo saluto alla persona deceduta: la pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione sono le ultime simboliche carezze fatte alla persona cara, prima di lasciarla andar via per sempre.
Un tema con apparentemente poche chance per la cultura cinematografica occidentale… invece vince l’Oscar come migliore fil straniero 2009 e con grande successo viene accolto all’anteprima europea al Far East Festival di Udine del 2009.

Daigo Kobayashi (già il nome è un programma) è un violoncellista, che dopo lo scioglimento dell’orchestra in cui lavora, decide di reinventarsi una vita nel paesino di origine nella campagna di Yamagata, trascinadosi dietro la docile mogliettina con la sindrome di Pollyanna. Trova presto un annuncio sul giornale e crede di candidarsi per un lavoro in un’agenzia di viaggi, dal momento che si allude al fatto che il candidato dovrà occuparsi di departures. Nel gioco equivoco di significati metaforici è racchiuso il segreto del film: la morte è un commiato, più che un semplice passaggio in un mondo altro e sconosciuto. In questo senso, il rito di nokanshi rappresenta la necessità di prepararsi alla dipartita, creando una liturgia laica, utile soprattutto a chi rimane, per impossessarsi dell’ultima delicata riconciliazione con il defunto.

Un film sicuramente molto giapponese per l’essenzialità dei dialoghi (emblematico il laconico capo Sasaki), l’assenza di virtuosismi e di eccessi, la lentezza dello scorrere del tempo, il ritualismo, le reazioni composte, la recitazione a volte fumettistica, ma soprattutto un film umano ed è questo aspetto che lo rende a mio parere così “abbordabile” anche per un pubblico occidentale.
Dignità e rispetto davanti alla morte e davanti alla vita, tragedia compassionevole, ma anche umorismo grottesco.
La morte è qualcosa che sta dietro l’angolo, ma non per questo bisogna averne paura: il regista, Yojiro Takita, scardina la qualificazione macabra e tetra che solitamente accompagna il mestiere di becchino per sostituirla con una cerimonia rispettosa che, in composto e discreto silenzio, è quasi poesia.

Bella, bella, bella la colonna sonora del maestro Joe Hisaishi già autore delle musiche per diversi film di Takeshi Kitano e Hayao Miyazaki.

Memory (Okorubito)

A volte mi pigliano delle manie monografiche riguardo attori e registi. Una delle ultime riguarda Ken Russel. In passato avevo visto un solo suo film: Gothic (1986). Non mi aveva lasciato un grande ricordo. Comincio comunque a spulciare la sua produzione e vengo subito attratto da The devils (1971), Altered states (1980), Women in love (1969) e Whore (1991). Purtroppo sono riuscito a vedere solo i primi due. Il secondo lascia un po’ a desiderare. Film sulle droghe psichedeliche che permettono di approfondire l’essere umano e il senso ultimo dell’esistenza staccandosi dalla realtà per entrare in altre dimensioni e gradi di coscienza. Soggetto potenzialmente intrigante ma gli effettacci speciali risultano decisamente datati. Penso che girandolo adesso renderebbe molto meglio.

Vorrei invece consigliare caldamente The Devils. Ovviamente la famosa scena dell’orgia di suore (inevitabilmente censurata nella prima versione italiana) ha molto stuzzicato la mia curiosità. Si è rivelato uno dei migliori film visti negli ultimi anni. Finalmente un film storico non patinato, senza ipocrisie, maschere o luoghi comuni. Morandini non lo elogia particolarmente ma dice giustamente “al suo confronto 9 film storici su 10 sono ridicole castagne secche” e soprattutto sottolinea come una seconda lettura centrata sul tema dei rapporti di potere valorizzi pienamente il film. Ottime interpretazioni di attori e ottime sorprendenti contaminazioni post 68ine. Indugiarsi ulteriormente sul contenuto rischierebbe di togliere un po’ di sorpresa.

Women è in attesa di essere visto, invece, con sommo disappunto, non sono riuscito a trovare Whore.

Home di Ursula Meier

Ecco una chicca che ha avuto scarsa distribuzione e che ho scoperto ieri quasi per caso! Dopo tanto tempo, un film che mi trasmette veramente la voglia di parlarne: nonostante sia molto duro, ve lo consiglio caldamente per proporlo in eventuali cineforum (per adulti!) poiché si presta molto alla discussione.

Si tratta del primo lungometraggio (2008) della franco-svizzera Ursula Meier, già assistente del grande regista elvetico Alain Tanner.

Un film durissimo, senza sconti, che racconta la storia di una famiglia francese che vive in un morboso isolamento e che si trova a dover far fronte alla riapertura di un’autostrada che passa proprio davanti alla loro abitazione. Il realismo nella descrizione di alcuni tratti non deve ingannare: la pellicola richiede evidentemente un’interpretazione metaforica, che pone a tutti noi un interrogativo profondo. E’ possibile isolarsi dal mondo, chiudersi rispetto al flusso della vita (simboleggiato chiaramente dal traffico autostradale) e ai cambiamenti che arrivano dall’esterno? Aggrapparsi al proprio scoglio, alla casa, alla nazione, alla “home” del titolo? Forse è possibile, sembra dirci la regista, solo a prezzo della morte.

Il film è estremamente ricco e stratificato, leggibile su diversi livelli, non ultimo quello psicoanalitico – dalla situazione quasi incestuosa dell’inizio, che spinge i protagonisti a continue abluzioni simbolicamente purificatrici, si passa in qualche modo all’accettazione di un cambiamento importante all’interno della famiglia (non vi svelo quale!) e all’inevitabile apertura al mondo esterno, in seguito all’attraversamento di un ciclo simbolico di morte e rinascita.

Pur essendo tanto ricco di implicazioni metaforiche, il film ha il pregio di essere costruito benissimo: nonostante la scelta claustrofobica di riprendere unicamente l’interno della casa e i luoghi attigui, e nonostante vi sia uno scarso numero di personaggi, lo spettatore non si annoia mai. Al contrario, la regista ha utilizzato una sapientissima costruzione narrativa, che ci tiene costantemente incollati alla sedia, a chiederci come la storia proseguirà.

E’ davvero imperdibile la grandissima interpretazione – e quando mai si smentisce?!? – di Isabelle Huppert, e non dimentichiamo la presenza di Olivier Gourmet, già interprete di numerosi film dei fratelli Dardenne.

Un film poco pubblicizzato ma validissimo: una lacuna che consiglio a tutti di colmare!

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