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02 Dic 2010

L’ineluttabile ritorno del passato

2 Comments drammatico, sociale

Da piccolo mi regalarono una versione ridotta ed illustrata dell’Isola del Tesoro di Stevenson. Mi rimase impresso soprattutto l’inizio. Il giovane Jim Hawkins gestisce con la madre l’Admiral Benbow Inn presso il quale si stabilisce per qualche tempo il vecchio lupo di mare Billy Bones. Questi riceve la visita del pirata Pee il cieco che lo avvisa dell’arrivo, quella sera stessa, dei suoi ex-compagni pirati che intendono riprendersi la parte del tesoro del Capitano Flint che Billy aveva rubato. Billy Bones muore per un attacco cardiaco. La sera arrivano i pirati ma non trovano la mappa con la quale nel frattempo Jim è scappato.

La figura di Pee il cieco mi ha sempre inquietato e fatto paura. Nella mia testa rappresenta il fato cieco che riacciuffa ineluttabilmente il pirata che si era ritirato in una locanda poco frequentata per far perdere le proprie tracce.

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A questi fatti ho ripensato alla fine de “Una vita tranquilla“, film di Claudio Cupellini con Toni Servillo. Film più che gradevole, la cui sinossi letta prima della visione mi aveva subito ricordato un altro film recente del quale non dirò il titolo per non rovinare la visione a coloro i quali non l’avessero ancora visto, dico solo che il regista è canadese. Quest’altro film, pure molto bello, è violento a tratti, in buona parte enigmatico e per il resto distaccatamente espositivo.

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Il film di Cupellini invece non ha nulla di tutto ciò. Non è enigmatico: sin da subito infatti si capisce che Servillo è un ex-camorrista scappato in Germania per tagliare col passato. Non è particolarmente violento. Ma, soprattutto, è pieno di passione recitata, trasmessa e sentita. Servillo in questo è magistrale, una serie di espressioni modellate sul quella faccia che sembra inerte e che invece tutto può fare e permettersi. Gli altri attori contribuiscono in varie misure e secondo le proprie capacità; per lo meno adattandosi bene alla sceneggiatura.

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Il passato che ritorna è impersonato dal giovane figlio avuto dal protagonista nella sua vita precendente. Una seconda lettura, o forse prima se da piccoli non si venne traumatizzati da un vecchio pirata cieco, può incentrarsi sul tema dell’amore, del sacrificio e della famiglia. Un paio di colpi di scena, originali quanto basta, aiutano a tenere la tensione narrativa sopra la soglia in un film che comunque sarebbe potuto durare meno.

Comunque credo che, in generale, nessuna recensione di film possa essere più allettante della semplice presenza di Servillo in un cast.

23 Nov 2010

Umanità, ovvero LGBTE

No Comments drammatico

Cinque minuti di sesso furioso e selvaggio, sado-masochismo sotto un Pollock e autoerotismo esplicito aprono “Shortbus”. Nel resto del film c’è abbastanza nudità ma il sesso è solo funzionale, accennato o trascurato dalle inquadrature.

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Si narrano le storie di una ragazza, di una coppia etero e di una omo e della loro ricerca di autocoscienza e serenità, della loro liberazione sessuale e maturazione sentimentale. Tutti partono con vari problemi sociali, affettivi e relazionali e si ritrovano nel locale newyorkese che dà il titolo al film e nel quale si incontra una varia fauna queer, dai transgender agli scambisti, dalle drag queen alle butch. L’interpretazione del film e della sua conclusione risulta molto personale. Io ho avuto l’impressione di un messaggio di serenità, altri il contrario. Ma, indipendentemente da ciò, penso che sia un film i cui messaggi arrivano direttamente al nostro intimo mettendolo a nudo davanti a noi stessi, sempre che si sia disposti a recepirli.

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Riuscite le tecniche di ripresa (molto belli i voli sopra il modellino di NY), colori sgargianti e luci precise, il tutto accompagnato da musiche coinvolgenti. Ottimi interpreti semi sconosciuti. Il regista è James Cameron Mitchell. Non l’avevo mai sentito nominare prima. E qui si apre una parentesi. Un’amica mi consigliò di vedere “Hedwig and the angry inch” storia di un travestito tedesco che insegue negli US un uomo che ha plagiato le canzoni ch’egli ha scritto col suo gruppo musicale. Per allettarmi mi mandò il link alla canzone principale del film.

Lo stile mi ricordò la bella scena finale di “Shortbus” e quindi scoprii che il regista è lo stesso ed è pure il protagonista di “Hedwig”. Nella mia mania monografica andai a cercare la sua produzione, purtroppo ancora limitata ma vi indico questo video musicale (sdolcinato?).

31 Ott 2010

Palme d’or? Ullàllà

No Comments commedia

Brutto, brutto, brutto. Si poteva già capirlo dalle prime lentissime scene iniziali con un toro che gira per la foresta thailandese. Vincitore a Cannes 2010, “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti”, si candida tra i peggiori film che abbia visto, poco dopo il portoghese “Odete” e poco prima di “Il tempo che resta” (anche se il post su Elia Suleiman mi ha convinto a dare un’altra possibilità al regista).

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Non lo definirei presuntuoso, tutt’al più vuoto. Forse mi manca la giusta conoscenza della storia e della cultura thailandese che permetterebbe di rileggere i lunghi e lenti dialoghi e monologhi in chiave socio-politica. Di certo non mi ha fatto venire voglia di approfondire la questione. Pare che Tim Burton (presidente della giuria) sia stato affascinato dal gusto del fantastico del regista thailandese. Mah, forse Burton aveva fatto indigestione di pissaladière e socà o aveva bevuto un pastis di troppo e si è visto un film tutto suo. Per carità, l’onirico c’è, ma dal constatarlo al nobilitarlo si deve passare attraverso lunghe scene di pesci gatto che nuotano sul fondo di una torbida pozza mentre una principessa sfregiata rifiuta una sana trombata con un prestante servo accusandolo di pensare alla versione giovane e bella di sé stessa, mentre semplicemente è ella stessa a non essere capace di accettare la propria deformità.

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La storia principale del film narra la malattia renale e la morte di zio Boonmee. La storia del figlio scimmia e del fantasma della moglie che visitano il morente non sembrano avere un senso che vada oltre il “mettiamo un elemento fantastico”, vabbè, bastava far volare gli asini. Vicini alla morte del protagonista, parte un pippone del regista che parla addosso a sé stesso, agli spettatori inermi e quasi inerti, alla natura e al cast. In genere uno sproloquio senza senso e auto compiacente di qualche guru mi ricorda sempre la scena dei sermoni “un amico perderà il martello di un altro amico” del sempre più verde Brian di Nazareth. Rinfreschiamola

A quel punto, lo zio è morto e speriamo tutti nei liberatori titoli di coda. Invece no, c’è sempre il tempo per una parentesi sullo sdoppiamento del corpo e dell’anima con tanto di monaco buddista che gira a petto nudo per una stanza di albergo. Finale in uno squallido bar karaoke.

A dire la verità questo film mi aveva ispirato parecchio all’inizio e ho portato ben 7 amici a vederlo con me. Due si sono addormentati al minuto 8. Gli altri hanno resistito alle palpebre pesanti ma l’hanno odiato profondamente. Mi sono letto quanti più commenti riuscissi a trovare in rete. La maggior parte dei commenti era lunga, fumosa, strascicata e parolaia, in perfetta sintonia col film. Ma, per correttezza, devo ammettere che i pochi commenti che son riuscito a seguire fino alla fine mi hanno fatto rivalutare lievemente un paio di aspetti (assolutamente secondari). E sul fatto che abbia vinto a Cannes, mi viene in mente “Hollywood ending” in cui W. Allen interpreta un famoso regista in preda a una segreta cecità psicosomatica che realizza un film sconclusionato e ridicolo che, massacrato da pubblico e critici americani, viene osannato … in Francia.

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A questo punto propongo di stilare una bottom ten dei film, con libertà di vilipendio, vituperio e trivialità. Quali sono i peggiori film che abbiamo visto? A mio avviso una top ten non si può stilare senza preclassificare, ossia c’è il mio film preferito d’azione, il mio dramma prediletto, la commedia principe. Il peggio invece è trasversale e universale, supera barriere e classificazioni. E poi trovo che i film brutti si dimentichino troppo facilmente (avevo completamente rimosso “Il tempo che resta” fino a che non ho riletto il nome del regista).

Ah, non vorrei si fosse perso un concetto: brutto, brutto, brutto.