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10 Set 2010

In diretta dal Festival di Venezia

7 Comments Eventi

Silvio Orlando, interprete de La passione, al Festival di Venezia

A grande richiesta, ecco qualche nuova dai vostri inviati speciali a Venezia, Julie e Franz (che purtroppo hanno potuto trattenersi solo 2 giorni e mezzo lo scorso week-end!!…).

Innanzitutto una considerazione di carattere pratico: è ormai confermato che il festival è diventato un vero calvario per chi possiede lo sfigatissimo accredito cinema. Necessità finanziare impongono all’organizzazione del festival di privilegiare l’ingresso a biglietto, seguito ovviamente dagli accredti industry e press. I poveri esercenti delle sale, organizzatori di cineforum etc. si devono preparare a code di quasi un’ora per entrare in sale che di per sè sarebbero enormi (la Sala Grande tiene più di 1000 persone…), salvo scoprire a un filo dalla porta che non ci sono più posti… e cercare di svicolare in qualche proiezione “secondaria” di film spesso di alto livello qualitativo, ma che difficilmente troveranno uno sbocco in sala per cineforum o nell’ordinaria programmazione di un cinema (per intenderci, i titoli sperimentali molto spesso presentati nella sezione Orizzonti). E’ stato impossibile, nonostante ci fossimo organizzati con largo anticipo, entrare a vedere film quali l’interessante Gorbaciof di Stefano Incerti con Toni Servillo, il documentario di Martin Scorsese su Elia Kazan (Letter to Elia) e il documentario di Gabriele Salvatores 1960. L’unica sala facilmente accessibile è ormai il solo tendone del PalaBiennale. Peccato…

Comunque, veniamo a quel poco che siamo riusciti a vedere e che avrà a quanto sembra una distribuzione italiana.

Innanzitutto l’attesissimo Somewhere di Sofia Coppola, che è già nelle sale: un film che ha deluso molti, ma che dal nostro punto di vista vale assolutamente la pena di vedere. Il soggetto è banalotto: l’attore “dissoluto” che, trascorso per la prima volta un lungo periodo con la figlia undicenne sino a quel momento pressoché ignorata, si rende conto del vuoto della propria esistenza. Tuttavia, Sofia Coppola (quella di Lost in Translation per intenderci) dimostra la consueta delicatezza, il solito gusto per i dettagli e le sfumature psicologiche, in un film dai ritmi lenti, che parla di movimenti dell’anima senza paura di rinunciare a un vero e proprio sviluppo narrativo. Alcune sequenze sono memorabili, come quella iniziale della lap-dance!

Un vero must è La passione di Carlo Mazzacurati, la storia di un regista in crisi (Silvio Orlando) che si trova per una serie di vicende a dover mettere in scena una sacra rappresentazione nel suo paesino d’origine in Toscana. Si ride molto, ma il film rivela nella seconda parte uno spessore inaspettato, riflettendo sulla possibilità di attualizzare il messaggio evangelico e regalando momenti di grande intensità intorno al personaggio interpretato da Giuseppe Battiston.

Qualche indicazione telegrafica sugli altri film visti: Potiche di François Ozon, esilarante commedia ambientata nel ’77 con Catherine Deneuve nel ruolo della moglie di un imprenditore che flirta con Gérard Depardieu nei panni di un maturo deputato comunista; Reign of assassins, adrenalinico film co-diretto da John Woo (Leone d’Oro alla Carriera) appartenente al genere wuxiapian (per intenderci il “cappa e spada” cinese tipo La tigre e il dragone); Incendies del canadese Denis Villeneuve, che racconta il viaggio in Libano di due giovani alla scoperta delle verità celate nel drammatico passato della madre appena scomparsa.

Sul panorama italiano, da evitare assolutamente Malavoglia, adattamento contemporaneo del romanzo verghiano realizzato da Pasquale Scimeca, un film destinato davvero a scontentare tutti: giovani e vecchi, cinefili e grande pubblico. Non pienamente soddisfacente, ma indubbiamente interessante per le tematiche che tratta, 20 sigarette – già nelle nostre sale – dell’esordiente Aureliano Amadei, che racconta alternando accenti drammatici e toni da commedia la propria esperienza di unico civile sopravvissuto all’attentato di Nassiriya.

Conclusione: durante la nostra permanenza al Lido abbiamo visto un po’ di cose interessanti, ma purtroppo nulla di veramente memorabile… Aspettiamo comunque l’uscita di tutti gli altri film veneziani nelle sale.

Nei nostri tre giorni di gloria, quest’anno nessuna fulminazione paragonabile a quella che mi colse nel lontano 2004 durante la mia ultima trasferta veneziana… si trattava del grande Ferro 3 di Kim Ki-Duk.

27 Mag 2010

Bright Star di Jane Campion

2 Comments drammatico

Bright Star

Cambio completamente genere passando al cinema “commerciale”… e vi racconto che, sempre a Parigi, siamo riusciti a ripescare Bright Star, l’ultimo film di Jane Campion, presentato a Cannes nel 2009. Per problemi di carattere distributivo, non si è mai visto nelle sale di Padova… dunque ne approfitto per parlarvene un po’!

Dopo due opere deludenti come Holy Smoke e In the cut, la Campion è tornata alla formula dei film che le hanno dato la notorietà, realizzando ancora una pellicola in costume incentrata su una figura femminile. Questa volta si tratta di Fanny Brawne (Abbie Cornish), una donna diventata famosa per il suo rapporto sentimentale con il poeta romantico inglese John Keats e per le poesie che gli ha ispirato, fra cui la Bright Star del titolo. La soggettività lirica del poeta (interpretato da Ben Whishaw) emerge attraverso i suoi componimenti, recitati di frequente nel film, e impregna il tono complessivo della pellicola, estremamente romantica e appassionata… Ma la focalizzazione psicologica in Bright Star è tutta sulla figura di Fanny. Questa scelta da un lato rimanda alla connotazione fortemente “di genere” che caratterizza tutti i film della Campion, dall’altro impedisce allo spettatore di accedere troppo “dall’interno” alla figura di Keats e ai misteri della creazione poetica.

Come sempre, il contesto sociale è descritto con grande cura. L’interesse del film sta proprio nel ritratto molto preciso dell’attrito fra il milieu borghese, cui appartiene Fanny, e la casta dei romantici, che ne rifiuta valori e stili di vita. Prima che entri in scena la malattia di Keats, nella seconda parte (più debole) del film, il grande oppositore dell’amore fra John e Fanny è infatti il mentore di John, il poeta romantico Clarence Brown (Paul Schneider). La figura delicata di Keats si trova contesa fra due volontà estremamente forti che cercano di attirarlo a sé, e i cui cognomi curiosamente suonano molto simili (Brown/Brawne): da un lato la solida Fanny, con la sua ironia tagliente e le sue buone abitudini borghesi, dall’altro Brown, dal temperamento sprezzante e irrequieto, che aborre tutto ciò di cui Fanny è l’emblema.

Come in Lezioni di piano, la protagonista, maggiormente prigioniera – in quanto donna – di certi vincoli sociali, riesce tuttavia a costruire un proprio spazio personale, attraverso l’espressione artistica da un lato e l’invenzione di un rapporto amoroso non convenzionale dall’altro.

Fanny disegna abiti: un’attività dettata equamente da un “nobile” desiderio di espressione e da una voglia, tutta femminile, di distinguersi in società indossando capi originali. Un’attività che richiede cura, precisione e manualità (doti, ancora, “femminili”); che sconfina con l’artigianato perché destinata a produrre “volgari” oggetti e non versi impalpabili. Significativamente, è proprio il disegnare abiti di Fanny l’aspetto che per primo le attira il disprezzo di Brown, cultore di un’arte dello spirito, all’epoca prettamente “maschile”, quale la poesia. Nonostante il tentativo di Brown di screditarla agli occhi di Keats, Fanny sa imporsi con forza: non è una semplice musa, ma un personaggio creativo in prima persona; è lei stessa, soprattutto, a inventare la relazione amorosa con il poeta. Se uno dei due si dovesse definire il Pigmalione dell’altro, non sono certa che si tratterebbe di Keats…

Last but non least (al contrario, first!): la fotografia è come sempre splendida, curatissima, dalla luce delle inquadrature (vermeeriane?) di Fanny che cuce alla finestra, ai giochi di colore in interni e paesaggi… Se arriva in Italia ve lo consiglio caldamente: un vero piacere per gli occhi!

19 Mag 2010

Incontro con i fratelli Quay

No Comments Eventi, animazione, personaggi

Street of Crocodiles

A Parigi io e Franz non abbiamo visto la mostra di Kitano (purtroppo!), ma ci siamo goduti qualche bella serata cinéphile… Soprattutto uno straordinario incontro con i fratelli Quay (dal vivo hai modo di scoprire che sono davvero tanto folli quanto immagini guardando i film!) che hanno presentato una serie di loro corti in una sala gremita del Forum des Images. Ah, Parigi!…

Consigliatissimi in particolare:
- Street of Crocodiles (1986), il corto che ha dato loro la notorietà;
- lo straziante In absentia (2000), con musiche appositamente scritte da Stockhausen;
- The Phantom Museum (2003), su un delirante museo inglese con oggetti medici provenienti da tutto il mondo.

Stupendo poi il loro ultimo corto, Maska (2010), tratto da un racconto di fantascienza polacco dell’autore di Solaris, con musiche di Penderecki… Profondamente emozionante, visivamente strepitoso!