Archive for Maggio, 2010

30 Mag 2010

Addio a Dennis Hopper… che non ha fatto solo Easy Rider

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Copertina del The Best degli Smiths, foto di Dennis Hopper

E così se ne va anche Dennis Hopper, a 74 anni, nella sua casa californiana. Pensando a cosa scrivere di questo personaggio, mi è venuto in mente della copertina del The Best degli Smiths, questa che ho pubblicato. Ve la ricordate? E’ di Dennis Hopper!! Sì perchè oltre che regista e attore, Hopper era una capace e raffinato fotografo. Pare che portasse sempre con sè la macchina fotografica per immortalare momenti sia sul set, che in occasioni private, a cene, feste, manifestazioni politiche ecc.

Tutti lo ricordiamo per Easy Rider, film supercult del cinema controcorrente americano con l’allora sconosciuto Jack Nicolson, ma era anche accanto a James Dean in Gioventù bruciata, ha recitato con Lynch in Blue Velvet, con Coppola in Apocalypse Now e per la verità anche in una serie di cagate di film, soprattutto in anni recenti, in 50 anni di carriera capirai! 200 film tra cinema e produzioni TV!

Si è dato da fare Dennis, non solo col cinema, ma anche nella vita: 5 mogli (uno dei suoi matrimoni durò solo 8 giorni) e 4 figli, un tipo sopra le righe, che non nascondeva neppure nelle interviste di fare largo uso di cocaina e superalcolici. Ma era anche un collezionista di arte moderna ed era amico di Andy Wharhol e Roy Lichtenstein. Insomma un bel tipo!

Un assaggio di Easy Rider

27 Mag 2010

Bright Star di Jane Campion

2 Comments drammatico

Bright Star

Cambio completamente genere passando al cinema “commerciale”… e vi racconto che, sempre a Parigi, siamo riusciti a ripescare Bright Star, l’ultimo film di Jane Campion, presentato a Cannes nel 2009. Per problemi di carattere distributivo, non si è mai visto nelle sale di Padova… dunque ne approfitto per parlarvene un po’!

Dopo due opere deludenti come Holy Smoke e In the cut, la Campion è tornata alla formula dei film che le hanno dato la notorietà, realizzando ancora una pellicola in costume incentrata su una figura femminile. Questa volta si tratta di Fanny Brawne (Abbie Cornish), una donna diventata famosa per il suo rapporto sentimentale con il poeta romantico inglese John Keats e per le poesie che gli ha ispirato, fra cui la Bright Star del titolo. La soggettività lirica del poeta (interpretato da Ben Whishaw) emerge attraverso i suoi componimenti, recitati di frequente nel film, e impregna il tono complessivo della pellicola, estremamente romantica e appassionata… Ma la focalizzazione psicologica in Bright Star è tutta sulla figura di Fanny. Questa scelta da un lato rimanda alla connotazione fortemente “di genere” che caratterizza tutti i film della Campion, dall’altro impedisce allo spettatore di accedere troppo “dall’interno” alla figura di Keats e ai misteri della creazione poetica.

Come sempre, il contesto sociale è descritto con grande cura. L’interesse del film sta proprio nel ritratto molto preciso dell’attrito fra il milieu borghese, cui appartiene Fanny, e la casta dei romantici, che ne rifiuta valori e stili di vita. Prima che entri in scena la malattia di Keats, nella seconda parte (più debole) del film, il grande oppositore dell’amore fra John e Fanny è infatti il mentore di John, il poeta romantico Clarence Brown (Paul Schneider). La figura delicata di Keats si trova contesa fra due volontà estremamente forti che cercano di attirarlo a sé, e i cui cognomi curiosamente suonano molto simili (Brown/Brawne): da un lato la solida Fanny, con la sua ironia tagliente e le sue buone abitudini borghesi, dall’altro Brown, dal temperamento sprezzante e irrequieto, che aborre tutto ciò di cui Fanny è l’emblema.

Come in Lezioni di piano, la protagonista, maggiormente prigioniera – in quanto donna – di certi vincoli sociali, riesce tuttavia a costruire un proprio spazio personale, attraverso l’espressione artistica da un lato e l’invenzione di un rapporto amoroso non convenzionale dall’altro.

Fanny disegna abiti: un’attività dettata equamente da un “nobile” desiderio di espressione e da una voglia, tutta femminile, di distinguersi in società indossando capi originali. Un’attività che richiede cura, precisione e manualità (doti, ancora, “femminili”); che sconfina con l’artigianato perché destinata a produrre “volgari” oggetti e non versi impalpabili. Significativamente, è proprio il disegnare abiti di Fanny l’aspetto che per primo le attira il disprezzo di Brown, cultore di un’arte dello spirito, all’epoca prettamente “maschile”, quale la poesia. Nonostante il tentativo di Brown di screditarla agli occhi di Keats, Fanny sa imporsi con forza: non è una semplice musa, ma un personaggio creativo in prima persona; è lei stessa, soprattutto, a inventare la relazione amorosa con il poeta. Se uno dei due si dovesse definire il Pigmalione dell’altro, non sono certa che si tratterebbe di Keats…

Last but non least (al contrario, first!): la fotografia è come sempre splendida, curatissima, dalla luce delle inquadrature (vermeeriane?) di Fanny che cuce alla finestra, ai giochi di colore in interni e paesaggi… Se arriva in Italia ve lo consiglio caldamente: un vero piacere per gli occhi!

24 Mag 2010

Elio Germano premiato a Cannes: i migliori attori scatenano la polemica

No Comments Eventi, drammatico

Beh per una volta ci ho beccato. Ebbravo “Ilio” Germano come l’ha chiamato Tim Burton! Ma vi pensato il buon Elio che emozione: Tim in persona lo annuncia vincitore e a parimerito con chi? Xavier Bardem!! e sticazzi! E infatti la prima roba che ha chiesto Germano quando è salito sul palco è se sulla pergamena c’era scritto che il premio era ex aequo con Bardem! E fosse finita lì… prende il microfono e fa una bella sparata contro la classe dirigente italiana, protamente censurata dal TG1!

Guardate il video!

A Silvio gli saranno venuti capelli dritti poveraccio. Non bastava la Sabina Guzzanti con Draquila, ci mancava Elio Germano, che sembrava tanto un bravo ragazzo!

Polemiche a parte, ho visto il film La nostra vita venerdì sera e mi è piaciuto moltissimo. E’ la storia di un giovane operaio edile, che a seguito di una tragedia familiare, cerca di riscattare la sua esistenza attraverso il successo economico per ripagare almeno i propri figli di quanto la vita gli ha tolto. Attraverso una piccola storia, una storia comune, Daniele Lucchetti fotografa una realtà sociale più ampia. Un film molto drammatico, narrato con realismo, al punto che a tratti mi ha ricordato lo stile del cinema neorealista italiano del dopoguerra: la vita popolare, i sobborghi, non una morale, ma un sguardo freddo che denuncia un vuoto culturale ed ideologico. La società del fare e dell’apparire, una società in cui i soldi sembrano poterci ripagare di ogni cosa e che così non è sono gli ex- extracomunitari rumeni a ricordarcelo. Un film coraggioso, originale e con un’interpretazione splendida e giustamente premiata da parte di Germano. Ma vi dirò che anche il buon Raul Bova, nella parte del fratello impacciato del protagonista non è niente male, molto meglio di quando fa il belloccio plasticoso!

Juliette Binoche, migliore attrice, si presenta sul palco a ritirare il premio con un manifesto a sostegno di Jafar Panahi, giurato assente perché detenuto in Iran: «C’è un uomo in Iran che sta pagando la colpa di essere
un artista. Penso a lui in questo momento e spero che l’anno prossimo potrà essere qui con noi. La sua è una lotta difficile, ma ogni Paese ha bisogno di artisti»
. Così commenta la Binoche

Nessuna dichiarazione sulla situazione thailandese invece da parte del vincitore della Palma d’oro, Apichatpong Weerasethakul, per la fiaba animista, che pare abbia chiaramente colpito il buon vecchio Tim Burton…