12 Giu 2018

TOM OF FINLAND: l’omosessuale o la felicità di esprimersi

No Comments Eventi, biografie

di Emanuele Cionna

Non è un caso se inizio parafrasando Copi, nell’approcciarmi alla recensione di questo film, presentato in anteprima al Biografilm 2017, ormai appuntamento fisso del panorama cinematografico nazionale e casa d’elezione per tutto quel cinema che, in un modo o nell’altro, tenta ancora di fare la cosa più semplice e più difficile di tutte: raccontare storie e raccontare persone. Non è un caso – dicevo – perché nel titolo della pièce del drammaturgo franco-argentino (era “la difficoltà”, in originale) convivono proprio i due binari narrativi che il film percorre, ovvero sì la storia di un omosessuale, ma anche la storia di un artista che, ben prima di cercare di divenire il massimo riferimento dell’iconografia gay che è poi diventato, era spinto dalla più semplice delle tensioni, quella che tutti gli artisti condividono, ovvero riuscire a manifestare, a rendere tratto o materia quel coacervo di immagini e sensazioni che animano la sua vita interiore. A questo punto però, tanto più trattandosi di un film puramente biografico, forse è bene spendere qualche parola sul personaggio in questione.

Touko Valio Laaksonen nasce in Finlandia nel 1920, manifesta subito propensione per il disegno e al fine di coltivarla si trasferisce a Helsinki nel 1939 per studiare grafica pubblicitaria, ma allo scoppio della guerra viene arruolato e spedito a combattere sul fronte russo. Ecco, il punto di svolta della sua storia è proprio qui: quel demi-monde militare che popola il porto, così ricco di figure per lui affascinanti e perturbanti (e che anni dopo ispirerà allo stesso modo Genet nello scrivere Querelle de Brest) colpisce profondamente il suo immaginario, così come scuoteranno il suo animo tanto la brutalità della guerra quanto la violenza con cui la polizia si accanisce sugli omosessuali nei parchi pubblici, se colti in flagranza di cottaging (ovvero la ricerca di partner all’interno dei bagni pubblici). E’ proprio da queste esperienze che inizia a formarsi quell’immaginario che, nel trasfigurare artisticamente un’esperienza, nell’esigenza di sublimarla per sfuggire al dolore, finirà per dare forma a un’estetica in cui infatti non a caso torna spesso la divisa, simbolo proprio del potere costituito che tante prevaricazioni ha inflitto al mondo gay, quasi a tentare di negarne l’esistenza stessa a colpi di manganello. Una volta completati gli studi, Tom inizia a viaggiare e per puro diletto personale (di mestiere fa grafica pubblicitaria) inizia a collaborare con Physique Pictorial, uno dei tanti beefcake magazines (ovvero riviste dedicate alla rappresentazione del corpo maschile) che in quegli anni rappresentavano l’unica fonte di materiale erotico per la comunità gay. E ciò che disegna, ben lontano dall’immagine effeminata che aveva degli omosessuali la piccola borghesia, sono marinai, poliziotti, cowboy… tutte le figure tradizionalmente associate alla maschia virilità vengono utilizzate proprio per spezzare la correlazione assiomatica tra questa e l’eterosessualità e sancire il principio per cui amare un altro uomo non significa rinunciare a esserlo. E quantomeno all’inizio, in tutto questo non c’è niente di socialmente connotato, non c’è alcuna vocazione emancipatoria, ma solo il desiderio e l’esigenza – come dicevo – di esprimersi. Sarà poi il suo storico compagno Veli a dare forza e direzione alla sua arte.

Fa in modo che tutti sappiano che esistiamo.

Il resto – come si suol dire – è storia e come tale finisce fatalmente per essere meno interessante (per quanto non può lasciare indifferenti il momento di umanissimo dolore quando Tom perde proprio Veli), ma va a merito della pellicola il non offrire alcuna closure consolatoria, nessuna scena edificante di accettazione del diverso cui spesso ci hanno abituato film con simile tematica. Tom resta sì una leggenda, ma esclusivamente nel suo mondo. Eppure la sua grandezza non è nell’aver “vinto i pregiudizi”, che è impresa che personalmente significa poco e collettivamente è ben di là da venire, ma nell’aver disinnescato un meccanismo di colonizzazione dell’immaginario ed essere – anzi – in parte riuscito a invertire la rotta, a trasfigurare certi stilemi fino ad affrancarli dall’univoco senso che fino ad allora era loro attribuito. Forse in pochi, prima di vedere il film, sapevano chi fosse il protagonista, ma tutti noi – che ricordiamo bene i Village People e le mise di Freddie Mercury, che abbiamo visto e amato Brokeback Mountain con i suoi cowboys – dobbiamo a lui un pezzetto del nostro immaginario. Ed è questa la sua pacifica rivoluzione, è stata questa la sua più grande vittoria.


28 Mag 2018

“TO STAY ALIVE : A METHOD” VINCE IL Biografilm 2017

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rimanere vivi: un metodo

di Sabina Cionna

Il primo effetto che ha avuto su di me la visione del documentario olandese ” To Stay Alive: A Method”, diretto da Erik Lieshout, Arno Hagers e Reinier van Brummelen, che si ispira all’ omonimo libro di Houellebecq “ Rester vivant”,  è stato quello di riportarmi alla memoria l’atroce vicenda di Charlie Hebdo.

Lo scrittore, a cui era dedicata l’ ultima copertina del giornale ed il cui ultimo romanzo “Soumission” è per ironia della sorte uscito lo stesso giorno dell’attentato, era amico di uno degli uccisi, Bernard Maris, editorialista a Charlie.
La triste vicenda di Houellebecq e di Charlie permea il documentario interpretato da Iggy Pop, l’ inventore del “Punk rock” (Ad Iggy si attribuisce anche la paternità della pratica dello stage diving, il lanciarsi sul pubblico dal palco. Al debutto però il pubblico non lo prese ed Iggy finì per terra rompendosi i denti).

Un metodo per restare vivi dunque. Nonostante tutto, nonostante il terrorismo e la depressione (che Iggy cerca di lenire con un giro in Rolls cabrio non ricevendo però molto di più di una “ventata” di energia. Un’ auto da sogno può non cancellare l’ immagine “auto-distruttiva” (“search and destroy” è il titolo di una sua famosa canzone quando ancora era con gli Stooges), che viene attribuita al cantante americano.
Ed è quando nel film Iggy incontra lo scrittore e suo amico Houellebecq che l’atmosfera si fa più cupa. Insieme cercano di esorcizzare le paura di non restare vivi ed il metodo diviene allora scoperta.. atto magico?
James Newell Osterberg Jr., questo il vero nome di Iggy Pop, ormai settantenne, porta sul viso i segni di eccessi che non gli hanno impedito di sopravvivere ai suoi due amici e colleghi Lou Reed e David Bowie non meno inclini di lui all’ uso di droghe ed alcol che alla lunga impediscono di “restare vivi”. Ed allora forse resta solo l’ arte, la poesia a dare questo risultato.

In “Soumission” Houellebecq aveva immaginato una Francia governata dall’Islam, all’ alba del 2020. La vittoria di Macron probabilmente gli ha dato torto, ma la Francia ed il mondo restano in qualche modo “sottomessi”, se non all’Islam, a se stessi.
Durante i 70 minuti del film, che non ha una narrazione classica e dove cause ed effetti si intrecciano come i brani del libro di H si incrociano alle vite di tre personaggi. Jerome, un ex manager che “malato mentale” dopo un periodo in clinica psichiatrica prova a restare vivo.. Anne Claire, una poetessa che dichiara di essere “affetta” da sindrome bipolare, un pittore “schizoide” che teorizza la sua arte.
Infine l’incontro tra Iggy ed Houellebecq. Qui il pesante non detto di Houellebecq su quello che è successo agli amici di Charlie Hebdo aleggia nell’aria  e sul film come un fantasma. E l’interrogativo sul ruolo dell’artista, un border line sul confine della società, si confonde con il tema del coraggio dell’artista e dell’uomo. E Houellebecq appare affranto, più che depresso, nella casa dei suoi nonni, mentre risponde a fatica alle domande di Iggy.

Un film complesso che induce a riflessioni su temi “scottanti”, quelli cari sia ad Iggy che a Houellebecq.
Temi come il sesso, ad esempio. In uno degli album più belli di Iggy Pop “The idiot”, colpiscono i versi della canzone “Sistermidnight”..(Sorella Mezzanotte Sono un idiota per te..Sorella Mezzanotte Sono una rottura dentro.. Sorella Mezzanotte..Sai che ho fatto un sogno ieri sera La mamma era nel mio letto E ho fatto l’amore con lei mio padre mi ha sparato..Mi ha cacciato con la sua pistola a sei colpi.. Sorella Mezzanotte ..Cosa posso fare dei miei sogni…).

Il documentario di LiesHout ci porta a domandarci cosa possiamo fare dei nostri sogni e dei nostri peggiori incubi. Restare vivi in definitiva è vivere e non “scegliere” di sopravvivere.
Un documentario contraddittorio (volutamente?) questo del regista olandese ed una consacrazione per Iggy che “arricchisce” il suo già folto curriculum di partecipazioni cinematografiche.


28 Mag 2018

QUALCUNO HA DETTO SCUOLA? ARRIVANO I PROF

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Arrivano i Prof

di Barbara Mascitelli

Regia di Ivan Silvestrini, uscito da poco nelle sale italiane (1 maggio 2018) “Arrivano i prof!” è una commedia tratta da un fumetto francese “Les Profs” – diventato a sua volta un film – e prosegue sul filone di “Notte prima degli esami” e “Smetto quando voglio”. Temi principali sono la scuola e il fatidico giorno della maturità presentati con leggerezza e a volte tanta fantasia.

Ambientato in un liceo scientifico – Liceo Manzoni – considerato il più sfigato di Italia come afferma Rocco Hunt nella omonima colonna sonora del film, Ivan presenta una situazione drammatica in cui si trova la scuola, ovvero che ogni anno sono pochi i promossi all’esame di maturità ed il provveditore agli studi decide di dare un ultimatum al preside: dovranno passare almeno il 50% degli studenti e per fare ciò assegna all’istituto i peggiori professori d’Italia. Ovviamente da queste premesse si capisce che è una situazione surreale perché in Italia nessun provveditore si sognerebbe di alterare un algoritmo (per altro inesistente, perché si fa riferimento ad una graduatoria!) con cui decidere quali professori introdurre nella scuola o meno; in più è impossibile che una scuola possa chiudere per il numero dei promossi o bocciati, anche se l’etichetta di pessima scuola rimane.

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25 Mar 2018

Tomb Raider, una nuova Lara Croft “on the run”

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Tomb rider, un'immagine del film

di Ginevra Van Defloor

I fan di Lara Croft hanno dovuto aspettare ben 15 anni per rivedere la loro eroina sul grande schermo, ma dal 15 marzo potranno rimediare, poiché esce nelle sale cinematografiche italiane l’atteso reboot.

Dopo Angelina Jolie, che l’aveva interpretata nei primi due film, del 2001 e del 2003, è ora la volta di Alicia Vikander, premio Oscar 2016 come Miglior attrice non-protagonista in The Danish Girl. La Vikander, dal fisico decisamente più asciutto e sorprendentemente muscoloso, incarna una nuova versione della celeberrima “superstar” dei videogiochi, che il regista Roar Uthaug si sforza – non sempre con successo – di rendere maggiormente realistica e meno “fumettistica”. Il suo tentativo, d’altronde, è coerente con l’edizione del 2013 del videogioco, Tomb Raider Reborn, con la cui trama possiede molti punti in comune.

Il trailer di Tomb Raider


La trama di Tomb Raider:

I due aspetti centrali del film vengono presentati fin dall’inizio: da un lato, il racconto del padre di Lara, che ci porta in luoghi e tempi lontani, all’epoca della leggendaria Himiko, prima regina del Giappone dipinta (come capita alla maggior parte delle donne di potere) come una temibile strega; d’altro lato, sua figlia, Lara, in tempi e luoghi presenti, che combatte contro un’altra donna durante un allenamento di boxe e se le prende di santa ragione, ma ciononostante si ostina a non arrendersi.

Da un lato, mistero, magia, ed un padre lontano; dall’altro concretezza, tenacia, ed una figlia che non si dà per vinta. Mai.

Nel corso della storia, Lara varie volte se le prenderà di santa ragione, ed altrettanto spesso sarà ostinata e non si arrenderà.

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11 Mar 2018

Benvenuti a casa mia, il nuovo film del regista di “Non sposate le mie figlie!”

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Benvenuti a casa mia

di Ginevra Van Defloor

Dall’8 marzo nei cinema italiani Benvenuti a casa mia (titolo originale, À bras ouverts – A braccia aperte), il nuovo film di Philippe de Chauveron, regista francese che si era fatto conoscere in tutta Europa per il successo della sua commedia Non sposate le mie figlie! All’insegna del “squadra che vince, non si cambia”, anche questa volta l’attore principale è Christian Clavier, che tanta fortuna gli aveva portato nel suo precedente lavoro, arrivato in Francia alla cifra record di 12 milioni di spettatori. Il “magico” connubio non parrebbe, al momento, aver funzionato altrettanto, quantomeno in patria, dove Benvenuti a casa mia è stato accolto non molto favorevolmente dalla critica, e decisamente negativamente dalle associazioni rom, che non hanno apprezzato l’umorismo caustico con cui la categoria è stata rappresentata.

Tema della commedia è nuovamente una satira irriverente della società francese, in particolare rispetto alle tematiche dell’integrazione, un po’ come era stato – con risultati, oggettivamente, migliori – per Non sposate le mie figlie!

Il trailer

La trama di Benvenuti a casa mia:

Tutto nasce da una sfida lanciata al protagonista, Etienne Fougerole (Christian Clavier), durante un dibattito televisivo. Fougerole è un intellettuale di sinistra che sta promuovendo il suo libro, in cui sostiene che la Francia dovrebbe accogliere A braccia aperte (da cui il titolo originale, appunto) in generale gli immigrati ed in particolare gli esponenti della comunità rom, da tempo presenti sul territorio e discriminati forse più di tutti gli altri – qui si sostiene. Il suo avversario, rappresentante di posizioni decisamente più conservatrici e di destra, accusa Fougerole di ipocrisia e lo provoca affermando che dovrebbe mettere in pratica ciò che predica, invece di limitarsi a proclamarlo invano.

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